L’ipotesi MAP


Descrizione essenziale

Questo documento ha lo scopo esclusivo di informare riguardo ad alcuni studi relativi al trattamento della malattia di Crohn.
L’ipotesi che verrà di seguito illustrata, anche se di tanto in tanto pubblicizzata come attuale, non ha origini recenti, quindi la quantità di informazioni in circolazione non si può ritenere scarsa. Resta, soprattutto, aperto un dubbio cruciale: per quale motivo questa ipotesi non gode di grande seguito nell’ambito della medicina ufficiale e, in particolar modo, viene del tutto ignorata nei paesi non appartenenti all’area anglofona (Gran Bretagna, USA, Australia)?
La spiegazione basata sulle semplici ragioni commerciali, in realtà, può essere soddisfacente fino ad un certo punto. La verità è che essa si basa essenzialmente sul presupposto che la malattia di Crohn, più che avere delle origini genetiche, abbia una genesi batteriologica e questo sconvolgere concezioni radicate e direttive di ricerca consolidate che hanno già dato risultati significativi.

Cos’è il MAP?
Il punto nevralgico di questa terapia è il MAP (Mycobacterium Avium Paratubercolosis), un microorganismo di origine animale che, attraverso l’acqua, il latte o alcuni altri cibi, può trasmettersi ai primati e anche all’uomo. Di recente (fino al 2002) sono stati pubblicati degli studi condotti in diversi paesi occidentali in cui viene dimostrato come il processo di pastorizzazione del latte e i tradizionali metodi di trattamento delle carni animali non sono in grado di distruggere il MAP, per cui latte e carni sono da considerarsi come i principali vettori del batterio dall’animale all’uomo.
Per una lettura dei molti articoli sull’argomento si possono utilizzare i links presenti in questa pagina del sito ufficiale della Paratuberculosis Awareness & Research Association (PARA). La somiglianza fra la Malattia di Crohn (da questo momento MdC) e la malattia di Johne (tipica dei bovini) è stata sottolineata già da molto tempo.
Il MAP è individuabile sia nel sangue che nelle feci e nel tessuto intestinale. Il problema maggiore però è stato quello relativo alle grandissime difficoltà di isolamento con i metodi tradizionali, perché il MAP non risponde come gli altri microbatteri alla coltura con elementi convenzionali; i mezzi liquidi e solidi da usare devono essere arricchiti con altre sostanze ed occorrono mesi, se non addirittura anni, oltre che spese enormi, prima che possa essere individuato.
L’introduzione di tecniche basate sul DNA ha permesso di superare questo stallo sperimentale e di ottenere informazioni di vitale importanza. In uno studio condotto nel sud dell’Inghilterra è stata accertata la presenza del MAP in 3/4 del campione con MdC prescelto, contro il 3,4% di quello con RCU (Rettocolite ulcerosa) e nel 12% del campione di controllo. (Harmano-Taylor ed altri, Mycobacteria and aetiology in Ceohn’s desease).

Le origini della malattia
L’ipotesi che si può formulare da questi dati non contrasta con la teoria dell’origine genetica della malattia, perché è plausibile che in soggetti con predisposizione genetica l’infezione da MAP porti ad una patologia infiammatoria cronica dell’intestino, piuttosto che ad una sindrome acuta.
Il Dr. T.J. Borody (Center of Digestive Disease di Sydney, Australia) arriva a prospettare, basandosi proprio sulla forte soggettività dei sintomi e delle reazioni alimentari, che noi stessi ammalati siamo soliti enfatizzare, la possibilità che la MdC possa avere cause diverse.
L’intervista al dottor Borody è può essere letta sulla pagina web collegata a questo link. La mole di documentazione disponibile sul MAP e sulle modalità di trasmissione dall’animale all’uomo è tale da non poter essere racchiusa in una pagina. Per chi è interessato ad approfondire i vari aspetti della questione, mi limito a fornire due indirizzi web da cui è possibile accedere ad articoli integrali o abstract; il primo (già indicato) è più aggiornato, ed è quello della PARA; il secondo, a cura di Alan Kennedy, offre lavori di qualche anno fa. Ovviamente è necessaria la conoscenza della lingua inglese.

Il trattamento RMAT
I primi studi sugli effetti di alcuni antibiotici risalgono al 1985; quello che però ha segnato una svolta in questa direzione è stato effettuato sotto la guida del dr. Harmon-Taylor in Inghilterra, con risultati resi noti nel 1997. Il trattamento è stato denominato RMAT (Rifabutin and Macrolide Antibiotic Therapy) e prevedeva la somministrazione simultanea di due antibiotici ad azione complementare, il rifabutin e il clarithronycin.
Escludendo un numero esiguo di pazienti risultato intollerante agli antibiotici, si è verificato nel 94% dei casi dopo un anno di trattamento la remissione clinica della malattia e nel follow-up effettuato a due anni, pur non avendo assunto i medicinali convenzionali per la terapia del crohn, i pazienti non evidenziavano la ricomparsa dei sintomi.
Altri studi sono stati condotti su questo modello di terapia, ma i risultati sono stati contrastanti. Ad esempio si sono verificati casi di recidiva che sono stati spiegati o con la difficoltà di sradicamento del MAP o con una nuova infezione.
Un altro fattore che ha portato a ritenere falliti alcuni degli esperimenti svolti è che prima di un graduale miglioramento che si verifica fra il terzo e il sesto mese di cura, si verifica in genere un aggravamento della sintomatologia.
Attualmente nel mondo diversi specialisti ricorrono al trattamento RMAT nel caso sia accertata la presenza del MAP in soggetti con MdC. In rete è possibile raccogliere informazioni soprattutto su due di essi: il Dr. Ira Shafran, del Gastroenterologist MNH Surgery Center Maitland Florida, e il Dr. T.J. Borody, del Center for Digestive Diseases di Sydney in Australia.
Il Dr. Shafran affianca ai due antibiotici tipici del RMAT, un probiotico completo, mentre il Dr. Borody utilizza una combinazione di rifabutin, clarithronycin e clofazimine.

Già pubblicato su crohniani.net in data 12 Aprile 2007, 16:30


 Un articolo di aggiornamento

Ciao a tutti,
ho trovato nel sito della Crohn and Colitis Foundation of America il seguente articolo apparso poche settimane fa in una pagina del sito. Ve ne propongo la traduzione in italiano.

Il MAP non collegato alla malattia di Crohn

NEW YORK, 29 Marzo – Secondo i ricercatori, l’acqua o i prodotti caseari potenzialmente contaminati con il Mycobacterium avium paratuberculosis (micobatterio della paratubercolosi, MAP) non sembrano avere un ruolo nell’eziologia della malattia di Crohn.

Ibrahim Abubakar e collaboratori dell’università dell’East Anglia nel Regno Unito, riportano nel numero di Marzo dell’ American Journal of Epidemiology che “il MAP è responsabile della malattia di Johne, una patologia granulomatosa intestinale che colpisce i ruminanti. “Sebbene l’eziologia della malattia di Crohn sia ancora incerta, le similitudini tra la forma tubercolare della malattia di Johne e quella di Crohn avevano alimentato il sospetto che il MAP ne potesse essere un fattore scatenante.

I ricercatori hanno indagato questa possibilità in un caso di studio controllato che ha coinvolto 218 pazienti affetti da malattia di Crohn reclutati da nove diversi ospedali, e un gruppo di controllo di 812 soggetti reclutati dalla popolazione locale. I partecipanti hanno compilato un breve questionario per valutare le cause collaterali di potenziale esposizione al MAP.

I risultati delle analisi (ottenuti col metodo della regressione statistica), non hanno mostrato legami significativi tra il Crohn e fattori quali la possibile contaminazione delle sorgenti acquifere con il MAP, l’assunzione o il trattamento (chimico) delle acque.
Analisi statistiche hanno dimostrato la riduzione del rischio di malattia di Crohn con il consumo di latte pastorizzato, ma non sono stati osservati effetti con altri prodotti caseari.

Il consumo di carne è stato collegato ad un significatico aumento del rischio di malattia di Crohn, mentre il consumo di frutta è stato associato ad una riduzione dello stesso.

Il dott. Abubakar e collaboratori concludono che “L’associazione positiva con il consumo di carne e, per contro, il collegamento negativo con il consumo di frutta e latte pastorizzato indicano che i fattori dietetici possono svolgere un ruolo nell’eziologia del del Crohn, come già suggerito da altri studi. Vi è un urgente necessità di ulteriori e più dettagliati studi epidemiologici che indaghino la relazione tra dieta e malattia di Crohn”.

Pubblicato da giggig su crohniani.net in data 19 Aprile 2007, 13:15